"Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. La comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre." (Benedetto XVI alla festa delle testimonianze - VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Milano, 1-3 giugno 2012)

martedì 19 maggio 2015

“Vi prego: NON DORMITE”


Pubblichiamo la trascrizione della meditazione tenuta dal Card. Menichelli nel corso della XVII Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, svoltasi a Nocera Umbra dal 30 aprile al 3 maggio 2015.
Ringraziamo il Cardinale innanzitutto per la ricchezza e il fascino degli spunti di riflessione che ci ha donato, nonché per averne autorizzato la pubblicazione, scusandoci per eventuali piccole imprecisioni causate da disturbi nella registrazione. 
Assicuriamo, tuttavia, che il contenuto ed il senso di quanto detto non sono stati in alcun modo alterati.  
Ci auguriamo che la lettura susciti, anche in voi, il desiderio di annunciare, nelle sfide del nostro tempo, la bellezza dell’amore tra l’uomo e la donna voluto da Dio “in principio”.
                                             Antonello e Maria Pia


Vangelo di Matteo (19, 1-12)
Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati. Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?".  Ed egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse:  Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi". Gli obiettarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via?". Rispose loro Gesù: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio". Gli dissero i discepoli: "Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi".  Egli rispose loro: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca".

Carissimi, dopo la lettura del brano del Vangelo, entriamo adesso in una piccola meditazione. 
Si, meditazione, anche se è probabile che da parte mia ci sia anche qualche suggestione, sicuramente non irriverente nei confronti della Parola di Dio.
Innanzitutto cerchiamo di chiarire il tema, o l'argomento, di questi dodici versetti del capitolo 19.
Possiamo sintetizzarlo così il tema: “matrimonio e celibato”.  Oppure: “matrimonio come?”.
Certo, con un pizzico di malignità da peccatori, possiamo anche riassumere questo tema così, dal punto di vista umano, di peccatori.
Come arrangiarsi su questo argomento? Continuare a fare un po' come i farisei di quel tempo? Oppure, sempre da buoni farisei, possiamo dire che giochiamo sempre al maschile, portiamo avanti sempre un dominio, sottolineiamo sempre, tra virgolette, un uso della donna?
Dove stiamo, qual è il luogo? Diciamo così che siamo in presenza, in questo caso, di una sorta di sconfinamento da parte di Gesù che passa dalla Galilea, luogo iniziale del suo ministero, alla Giudea. 
Inizia la strada verso Gerusalemme che è il luogo culmine della sua vicenda terrena e della sua vicenda di Salvatore.
E anche in questo caso Gesù fa sempre la stessa cosa. Potremmo dire, oggi, che non cambia pastorale. Non ha la mania di grandi discernimenti, di progetti pastorali.
Fa sempre la stessa cosa: ammaestra, perché l'uomo ha sempre bisogno di essere aiutato a capire. Ammaestra con fascino, anzi il Vangelo direbbe "con autorità", non come gli scribi, che chiacchierano.
Anche in questo caso la gente lo segue, ascolta, e poi Gesù fa anche un'altra cosa, sempre: guarisce.
La guarigione di Gesù è sempre un atto di misericordia. E la sua misericordia è sposata con la verità. Perché la salvezza è per la persona, e la persona, fatemi dire così, non è una bottiglia da riempire o da vuotare.
Veniamo ancora più direttamente al brano.
Che cosa succede in questo brano?
Possiamo dire così che si ripete una sorta di cliché. I farisei lo vogliono incastrare. I farisei hanno in testa solo questo: incastrare Gesù Cristo. E gli pongono una questione che apparentemente possiamo chiamare "legalistica".
Se volete anche "di forma" esteriore. Ma che, in realtà, è decisamente veritativa e io aggiungo anche etica. La questione, i farisei, la pongono in modo chiaro: "è lecito ripudiare la propria moglie per qualunque motivo?".
E non capisco perché non abbiano fatta la domanda a rovescio: "è lecito a una moglie mandare via il proprio marito?". Ma la ragione di questa seconda frase non detta è perché il tempo era maschilista, diremmo noi oggi.
La domanda era per risolvere una questione dibattuta, che possiamo sintetizzare così: rigorismo o lassismo legislativo? Rigorismo o lassismo legalistico? E come sempre Gesù oltrepassa le inutili discussioni, che non servono mai a nulla, ma di cui sempre la società è piena.
E Gesù oltrepassa le inutili discussioni e va al centro del problema. Che non è una questione di legge, noi possiamo dire divorzio si divorzio no, ma è uno stare o non stare in ciò che "in principio" è stato posto.
Ecco il problema di fondo! Che possiamo anche riassumere con una domanda: qual è il progetto del Creatore su questo tema?
Il progetto del Creatore per me ha quattro aggettivi: è chiaro, è illuminante, è veritativo, e forse il più difficile anche oggi, è immutabile.
Chiaro, illuminante, veritativo, immutabile.
C’è poco da discutere. E io potrei chiudere qua. Però visto che tutti voi siete impegnati in qualche modo nella pastorale familiare, vorrei dirvi questo "in principio" chiaro, illuminante, veritativo e immutabile, così.
Uomo e donna. Tutti possono fantasticare: noi diciamo uomo e donna. E' inutile che ne stiamo a discutere. Due punti: questi due soggetti che giustamente, anche nella preghiera, abbiamo chiamato soggetti in relazione, ci aggiungiamo o complementarietà o reciprocità, devono mettere in pratica quattro verbi, non cinque e neanche tre, quattro. 
“Lasceranno”. Qui c'è la maturità e la responsabilità del conoscere e sapere e accettare quello che quel progetto dice. Nessuno ti ci caccia, ma se ti ci cacci questo devi sapere: maturità.
Secondo. “Si uniranno”. E si uniranno, da persone, non da coccodrilli, e manco da rinoceronti. Perché l'unione non è solo fisica o fisicista. Tanto da ridursi reciprocamente come macchine da esperimento. Volgarmente noi diciamo “mi piaci”. Nel Vangelo non c'è mai scritto "mi piaci". Mai. C'è scritto "ti amo", non "mi piaci". Si uniranno. Ed è un unione personale. Nella mia modalità di esistenza, nelle mie qualità, nei miei difetti, nei miei pregi, nelle mie debolezze, nei miei peccati, come nei tuoi. E ci ameremo nella carne perché l'amore si deve vedere! Io contesto molto l'espressione (e contestatela) che spesso i ragazzi dicono "ho fatto l'amore". L’amore non si fa, l'amore c'è, semmai l'amore si incarna, prende forma, per cui il figlio non è altro che l'amore visto di un uomo e di una donna. Non è un'occasione persa o sbagliata. E in questa unione c'è profondo rispetto dell'uno e dell'altro. Un rispetto che, secondo me, nasce proprio dall'imitazione del modo di Dio di unirsi ad ognuno di noi. Che è talmente compenetrante da farci diventare, da parte sua, casa che lo accoglie.
Lasceranno, si uniranno, “diventeranno”. Per cui questo progetto invita i due ad essere costruttori, non utilizzatori. Di che cosa? Di ciò che diventa necessario per il dopo. E per me questo "diventeranno" lo riassumo con questa parola: costruire principalmente, costantemente, la sponsalità. E la sponsalità non è come se i due entrassero in un frullino e diventano impastati nuovamente: no. Le persone rimangono quelle. Ma ciò che loro sono chiamati a "fare" è un grande mistero. E' il mistero della solidità della sponsalità. 
E dentro questa solidità della sponsalità entra il quarto verbo: “servire” la vita. Perché la vita, per vivere, ha bisogno del grembo, non della tecnica. Abbiamo inventato i frigoriferi della vita! Dobbiamo farli sciogliere al caldo del dono. Per un certa cultura può sembrare strano, ma noi questo abbiamo da offrire, è questo il progetto magnifico. Perché dietro questo c'è perfino la sostanza della sua identità. L'identità non te la dai da solo, te la dà il padre e la madre. E' questo un mondo, una cultura, che non ci dà più garanzie sull’identità!
Questo è il progetto che Gesù spiega. Quel famoso "in principio". Allora, diciamo così, c'è una dualità di genere, se può essere reciproci non si può essere uguali.
Anche questa frase che diciamo: "sono sposati, sono come due gocce d'acqua simili"... l'uomo e la donna non sono semplicemente uguali! Possiamo dire così: c'è l’uguaglianza nella dignità e la diversità nella relazione e tutto questo si fonda su un atto creativo di Dio.
Ricordo il mio professore di sacra scrittura, che era un uomo molto credente, perché era un ateo convertito. Da essere, come diceva lui, un emerito mascalzone e peccatore, convertito, quando ci spiegava questa cosa, ricordo per me ragazzo, che conosceva poco la Bibbia, perché non avevamo in mano la Bibbia (era irriverente tenere in mano la Bibbia, perché c'era il racconto di Susanna e allora un seminarista poteva essere distratto, e non solo il seminarista ma anche altri). Lui diceva: cosa vuol dire quando la Bibbia dice: Dio consegnò ad Adamo le creature perché desse loro il nome. E mica ha preso il vocabolario! Ma subito dopo dice: non avendo trovato qualcosa simile a lui, nella dignità, Dio (puntini puntini) "inventa", come ha inventato Adamo, “inventa”! Ora, lasciamo fare la costola o non la costola, poi ci si metteva a contarsi le costole se erano uguali. Ricordo questa parola che il mio professore diceva in ebraico “zelah”, e cioè l’elemento vivente perché ci possa essere la riconoscibilità dell’altro.
E qui vi dico un'altra cosa, vi prego ascoltatela, e ai fidanzati, se parlate loro, ditela, senza fare grandi prediche che la gente non capisce più: del dono interpersonale dell’uomo e della donna, lo dico anche a voi, mi sapreste dire, solo a occhio, se il dono interpersonale dell’uomo e della donna è diverso dall'unione di ogni creatura maschio e femmina che procrea? Si o no? Ho detto a occhio! 
Allora tutti rispondono: “ma quelli si amano”. E le altre creature? Vai a prendere un leone che sta con una leonessa: ti morde se gli tocchi qualcosa. Dov'è la diversità, a occhio? Dove l’uomo e la donna non è animale ma è persona vivente, a immagine e somiglianza di Dio che si comunica guardandosi?! Tutte le volte che l’uomo rovescia questo dono interpersonale che passa anche attraverso lo sguardo, l’uomo diventa animale.
Adesso possiamo capire di più cosa volevo dire con unirsi.
Mi dispiace se usciamo dalla preghiera e vi disturbo un po’. Ma questa espressione che i ragazzi dicono: “ho fatto sesso”. Ma il sesso è fatto? Tutt'al più mettete assieme due attrezzature che grazie a Dio funzionano! Mi comprendete? Ormai i nostri ragazzi non capiscono più queste cose, sono dentro un virus collettivo. Tale da fargli dire alla domanda che io stesso faccio “che cos'è la sessualità?” mi rispondono: “quello che un uomo fa con una donna”. E io dico “grazie, così mi avete definito che io sono asessuato!”. 
Questo ci deve abituare a pensare, perché i guai vengono dopo. E i nostri ragazzi celebrano i matrimoni dentro questa cultura che è malata di qualche virus di testa.
L’essere umano, direbbe Kasper, l’essere uomo e l’essere donna sono fondati ontologicamente nella creazione. Dio non ha creato un neutro, ma l’uomo e la donna come donati da Dio l’uno all'altro per complementarsi, per sostenersi, per compiacersi e per tutto il resto che noi sappiamo.
Vorrei, una volta tanto, che liberassimo anche il dono del personale dell’uomo e della donna dal fatto che ogni passo che fanno è peccato. Il peccato figlioli è una cosa seria. Molto seria. Perché se non fosse stata seria il Figlio di Dio non sarebbe morto, per una cosa stupida.
Ed è tanto seria proprio perché dobbiamo capire il rovescio e, quindi, convertirci.
Ora, dentro, chiamiamolo così, questo laboratorio, i due diventano una carne sola, una comunità di vita che, come posso dire, che si fa sesso, eros, amicizia umana, dono, in una relazione fruttuosa.
E qui vorrei che santificassimo il piacere, come unguento di attrazione. Ma tutto questo non “svincolato da”, perché, se no, anche all'interno del matrimonio può esistere la prostituzione, non a pagamento. 
L’amore tra uomo e donna e la trasmissione della vita sono inscindibili. Questo bisogna mettere in testa: sono inscindibili. Il che non vuol dire che in ogni dono un figlio. Ma qui entro in argomenti che non entrano nella mia lectio.
Anzi sono tanto fortemente orientati l’uno all'altro che essi lasciano una relazione di sangue, il padre e la madre, per cercare, inventare, realizzare una vita nuova, una dinamica nuova. La relazione di sangue diventa meno forte della relazione d’amore. Nella parola di Gesù il quadro del principio è chiaro e non può essere cambiato: ciò che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi.
Apro e chiudo parentesi. Quando fate la preparazione, fate capire che questa roba non è per i cattolici: non c’erano! Questo è il progetto “in principio”, ed è per l’umanità: è per l’uomo e la donna. Che sono invitati a capire l’amore di Dio e a celebrarlo nella fede. La sostanza di questo sta nella grandezza dell’amore che, se è vero, è imitazione di Dio che non si allontana mai dai suoi figli come quell'uomo che non deve mai allontanarsi dalla sua donna e viceversa. Perché l’amore è sempre a vantaggio dell’uomo e della donna, il piacere no.
L’amore è sempre a vantaggio dei due. Appare qui la medicina contro l’azione del maligno, o del divisore, che illude in nome di una libertà disgiunta dalla responsabilità. Perché quando uno dice all'altro non mi piaci più, lì il maligno ha messo dentro un seme (il maligno fa sempre questo mestiere di dividere). Però, come diceva San Pietro, va in giro e se tu non ti avvicini non ti tira! 
Il problema è però che il divisore ha anche la forza della suadenza.
Ora la questione, però, si fa seria. E i farisei… qua non c’è solo il matrimonio: qua c’è di mezzo Mosè. E Mosè non si tocca. Quindi: i farisei cercano di prendere Mosè, e chiedono spiegazione. Ma Dio non parla attraverso Mosè? Gesù dice: certo, che parla attraverso Mosè, ma Dio è prima di Mosè. E poi tenete presente, direbbe Gesù, che Mosè permette, Dio ordina. Con Mosè, che Gesù non condanna, non dice Gesù che Mosè ha fatto male! Gesù dice un’altra cosina, che secondo me è importante. Sempre, nel tempo dell’umano, ma tanto più importante per il tempo presente, che è il tempo della confusione. E cioè, sarebbe come se Gesù dicesse: Mosè ci abbia messo dentro una concessione alla nostra debolezza, Gesù la chiama “durezza del vostro cuore”. Come in una concessione, una “permissione”, alla sordità e insensibilità nei confronti della Parola di Dio e al suo volere il bene dei figli.
Però questa parola, cari amici, ci interpella. Perché la Parola di Dio non è statica. La parola di Dio sta nella vita degli uomini e sta sempre contemporanea ad ogni generazione umana. Quindi anche a questa. E allora la domanda è: esiste oggi la durezza del cuore? Quale senso ha oggi questa durezza? 
Siccome questa è una lectio non posso fare molte cose. Ma dico solo queste poche parole perché vorrei che queste le metteste in testa. Perché qui entra la dinamica della misericordia. Che non è qualcosa di meno della verità. E’ la gemella della verità. Perché tanto la misericordia quanto la verità… Diciamo così: “in principio” la verità, la “durezza del cuore” e la misericordia. E tutt’e due, misericordia e verità, sono nate dal Verbo di Dio fatto carne. 
Sulla croce Gesù dice “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Chiesa capisci gli sposi, perché spesso non sanno quello che fanno. Chiesa capisci i tuoi preti che spesso non sanno quello che fanno. Capisci anche i tuoi vescovi che qualche volta non sanno quello che fanno. Perché nessuno di noi, cari amici, è padrone della parola di Dio. Nessuno. Né della Sua misericordia, né della Sua Parola. Ma tutti noi dobbiamo inginocchiarci davanti allo Spirito Santo, chiedere allo Spirito che ci faccia capire, che ci faccia compiere passi di salvezza per l’umanità. Allora questa durezza del cuore possiamo dire così: è l’inconsapevolezza di poter accogliere con verità e libertà interiore il progetto sponsale. L’inconsapevolezza. Progetto sponsale che è progetto di vita e di amore, e non di piacere, di piacere egoistico.
Oppure possiamo dire che oggi la durezza del cuore è la soggiacenza, io dico anche incolpevole, alla cultura del tempo, che è fortemente cambiata, di cui noi tutti siamo responsabili, se non altro perché spesso tacciamo. Faccio due esempi. Ieri c’era “ti amo per sempre”, oggi si dice “ti amo ora”. Mi pare che la cultura sia totalmente cambiata! Possiamo aiutare le persone a capire e oltrepassare il “Per ora”? Certo. Ieri si diceva che l’amore è caduto. Poi non so se sempre l’abbiamo vissuto, ma almeno si diceva. Oggi si dice “ci provo ma non c’è”. Ieri si diceva “insieme”, adesso si dice “io”. Perché siamo stati così bravi da alterare anche il concetto della libertà. La libertà non è autonomia, la libertà è una scelta e se io mi dono, mi dono. Sapete come dire rispetto a questa durezza del cuore? Essere passati dalla coscienza morale al capriccio della coscienza psicologica. Questa frase non è mia, è di un beato, è di Paolo VI (1974). E la Chiesa diventa sempre più colpevole quando non capisce i suoi profeti. Son passati 40 anni: “dalla coscienza morale al capriccio della coscienza psicologica”.
Si potrebbe aggiungere: “la crisi, frutto di una conoscenza non illuminata dalla fede”. E’ Francesco. L’ha detto il 23/1/2015. Voi che smanettate molto su internet leggete la roba del Papa.
Tutto, oggi, sembra essere dentro “una mondanità spirituale” (papa Francesco). Questa mondanità spirituale la spiego: siamo dentro un sincretismo di pensiero, di fede, di soggettivismo. Dentro questa nebbia culturale ci abbiamo messo tutto. E anche noi diciamo: “che male c’è?”. 
Cominciamo un po’ a rovesciare i termini: “che bene c’è?”. E qui apro e chiudo parentesi che non c’entra con questo. Le nuove generazioni, quando dicono queste frasi “che male c’è?”: fermatevi con i figli, con i nipoti, fate capire che non si può dire così. E aiutateli ad oltrepassare quel confine, per loro legittimo, dell’esperienza, del godimento. Avete questo coraggio? Essi vi ascoltano, e desiderano ascoltare più di quanto noi non pensiamo. 
“Ma all'inizio non era così”. Quindi Gesù riporta tutto alla verità originaria, all'ordine della creazioneDove c’è la diversità di genere, e solo la diversità fa la comunione, e la diversità di servizio generoso e fedele al progetto di Dio sull'umanità.
Ora, di fronte a Cristo, rivelatore definitivo del piano di Dio, anche i discepoli sono sconcertati: “ma allora conviene non sposarsi!”. Perché ci andiamo a cacciare dentro questo labirinto? Si direbbe: matrimonio come rischio, come peso, come tormento. 
E perché il matrimonio è l’unica via per l’uomo? 
Allora qui Gesù fa un salto di qualità come li fa Lui, come solo Lui può fare. E allora Gesù mette in gioco un’altra prospettiva, che chiama il Regno dei cieli.
Matrimonio o non matrimonio è richiesta a tutti una direzione di santità, di conversione anche nel versante delle esigenze della propria sessualità. E qui tira fuori gli eunuchi. Nati male, fatti dagli altri, eccetera.
Io mi fermo un secondo, perché dovete aprire gli occhi e la mente.
Non tanto quel “dalla nascita”, perché non sono malati: smettiamo di offendere le persone. Perché se è vero che son malati questi son malato anch'io. Dio non ha uno stampo fasullo. Ma mi fermo un attimo su quelli “fatti”. Oggi questo “fatto” si è raffinato. Non ne parlo in modo molto approfondito, perché non ho letto molto, mi sto fidando di quello che mi hanno detto i medici cattolici di cui sono assistente nazionale. 
Si sta progettando, e si sta sperimentando questo fatto: prendere un ragazzo, bloccargli la pubertà con fattori chimici, farlo arrivare alla maggiore età (come se la maggiore età fosse, che so: il 30 aprile sono ignorante e il primo maggio…, perché così la legge dice!) per chiamarlo e chiedergli che direzione vuole avere, maschile o femminile. Nonostante che sia uomo, maschio, puoi anche essere femmina.
Vi prego non dormite, entrate dentro la partecipazione politica e culturale di questo tempo.
Ma di fronte a questo, papa Francesco che dice? “Chi sono io per giudicare”: nessuno giudichi, ma per tutti c’è l’impegno ad armonizzare la propria vita con l’amore di Dio.
Ma questo, carissimi, è un altro tema per altra occasione. Credo, tuttavia, che sul tema di questo brano biblico, la Chiesa è chiamata ad esercitare il ministero della verità e della misericordia, aprendosi all'azione misteriosa dello Spirito, che sempre la conduce, la santifica e la ispira.
Amen.
Card. Edoardo Menichelli, 
Arcivescovo di Ancona-Osimo, 
Delegato Regionale delle Marche per la pastorale della famiglia

martedì 12 maggio 2015

L'uomo è tutto per la donna e la donna è tutta per l'uomo



PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE - 22 aprile 2015

La Famiglia - 11. Maschio e Femmina (II)

Cari fratelli e sorelle,

nella precedente catechesi sulla famiglia, mi sono soffermato sul primo racconto della creazione dell’essere umano, nel primo capitolo della Genesi, dove sta scritto: «Dio creò l’uomo a sua immagine: a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (1,27).

Oggi vorrei completare la riflessione con il secondo racconto, che troviamo nel secondo capitolo. Qui leggiamo che il Signore, dopo aver creato il cielo e la terra, «plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (2,7). E’ il culmine della creazione. Ma manca qualcosa: poi Dio pone l’uomo in un bellissimo giardino perché lo coltivi e lo custodisca (cfr 2,15).

Lo Spirito Santo, che ha ispirato tutta la Bibbia, suggerisce per un momento l’immagine dell’uomo solo - gli manca qualcosa -, senza la donna. E suggerisce il pensiero di Dio, quasi il sentimento di Dio che lo guarda, che osserva Adamo solo nel giardino: è libero, è signore,… ma è solo. E Dio vede che questo «non è bene»: è come una mancanza di comunione, gli manca una comunione, una mancanza di pienezza. «Non è bene» – dice Dio – e aggiunge: «voglio fargli un aiuto che gli corrisponda» (2,18).

Allora Dio presenta all'uomo tutti gli animali; l’uomo dà ad ognuno di essi il suo nome – e questa è un’altra immagine della signoria dell’uomo sul creato –, ma non trova in alcun animale l’altro simile a sé. L’uomo continua solo. Quando finalmente Dio presenta la donna, l’uomo riconosce esultante che quella creatura, e solo quella, è parte di lui: «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Finalmente c’è un rispecchiamento, una reciprocità. Quando una persona – è un esempio per capire bene questo – vuole dare la mano a un’altra, deve averla davanti a sé: se uno dà la mano e non ha nessuno la mano rimane lì….., gli manca la reciprocità. Così era l’uomo, gli mancava qualcosa per arrivare alla sua pienezza, gli mancava la reciprocità. La donna non è una “replica” dell’uomo; viene direttamente dal gesto creatore di Dio. L’immagine della “costola” non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità. E il fatto che – sempre nella parabola – Dio plasmi la donna mentre l’uomo dorme, sottolinea proprio che lei non è in alcun modo una creatura dell’uomo, ma di Dio. Suggerisce anche un’altra cosa: per trovare la donna - e possiamo dire per trovare l’amore nella donna -, l’uomo prima deve sognarla e poi la trova.

La fiducia di Dio nell'uomo e nella donna, ai quali affida la terra, è generosa, diretta, e piena. Si fida di loro. Ma ecco che il maligno introduce nella loro mente il sospetto, l’incredulità, la sfiducia. E infine, arriva la disobbedienza al comandamento che li proteggeva. Cadono in quel delirio di onnipotenza che inquina tutto e distrugge l’armonia. Anche noi lo sentiamo dentro di noi tante, volte, tutti.

Il peccato genera diffidenza e divisione fra l’uomo e la donna. Il loro rapporto verrà insidiato da mille forme di prevaricazione e di assoggettamento, di seduzione ingannevole e di prepotenza umiliante, fino a quelle più drammatiche e violente. La storia ne porta le tracce. Pensiamo, ad esempio, agli eccessi negativi delle culture patriarcali. Pensiamo alle molteplici forme di maschilismo dove la donna era considerata di seconda classe. Pensiamo alla strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell'attuale cultura mediatica. Ma pensiamo anche alla recente epidemia di sfiducia, di scetticismo, e persino di ostilità che si diffonde nella nostra cultura – in particolare a partire da una comprensibile diffidenza delle donne – riguardo ad un’alleanza fra uomo e donna che sia capace, al tempo stesso, di affinare l’intimità della comunione e di custodire la dignità della differenza.

Se non troviamo un soprassalto di simpatia per questa alleanza, capace di porre le nuove generazioni al riparo dalla sfiducia e dall'indifferenza, i figli verranno al mondo sempre più sradicati da essa fin dal grembo materno. La svalutazione sociale per l’alleanza stabile e generativa dell’uomo e della donna è certamente una perdita per tutti. Dobbiamo riportare in onore il matrimonio e la famiglia! La Bibbia dice una cosa bella: l’uomo trova la donna, si incontrano e l’uomo deve lasciare qualcosa per trovarla pienamente. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre per andare da lei. E’ bello! Questo significa incominciare una nuova strada. L’uomo è tutto per la donna e la donna è tutta per l’uomo.

La custodia di questa alleanza dell’uomo e della donna, anche se peccatori e feriti, confusi e umiliati, sfiduciati e incerti, è dunque per noi credenti una vocazione impegnativa e appassionante, nella condizione odierna. Lo stesso racconto della creazione e del peccato, nel suo finale, ce ne consegna un’icona bellissima: «Il Signore Dio fece all'uomo e a sua moglie tuniche di pelle e li vestì» (Gen 3,21). E’ un’immagine di tenerezza verso quella coppia peccatrice che ci lascia a bocca aperta: la tenerezza di Dio per l’uomo e per la donna! E’ un’immagine di custodia paterna della coppia umana. Dio stesso cura e protegge il suo capolavoro.

domenica 10 maggio 2015

AUGURI A TUTTE LE MAMME!



"Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell'essere umano nella gioia e nel travaglio di un'esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita."

(S. Giovanni Paolo II, 
lettera alle donne, 1995)

giovedì 16 aprile 2015

La creazione dell’uomo e della donna e il sacramento del matrimonio: grande dono di Dio all’umanità

PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE - 15 aprile 2015

La Famiglia - 10. Maschio e Femmina (I)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi è dedicata a un aspetto centrale del tema della famiglia: quello del grande dono che Dio ha fatto all'umanità con la creazione dell’uomo e della donna e con il sacramento del matrimonio. Questa catechesi e la prossima riguardano la differenza e la complementarità tra l’uomo e la donna, che stanno al vertice della creazione divina; le due che seguiranno poi, saranno su altri temi del Matrimonio.

Iniziamo con un breve commento al primo racconto della creazione, nel Libro della Genesi. Qui leggiamo che Dio, dopo aver creato l’universo e tutti gli esseri viventi, creò il capolavoro, ossia l’essere umano, che fece a propria immagine: «a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen 1,27), così dice il Libro della Genesi.

E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell'uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio.

L’esperienza ce lo insegna: per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna. Quando ciò non avviene, se ne vedono le conseguenze. Siamo fatti per ascoltarci e aiutarci a vicenda. Possiamo dire che senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell'azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna.

La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa. Sì, rischiamo di fare un passo indietro. La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita. Il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria, lo è per tutti, non solo per i credenti. Vorrei esortare gli intellettuali a non disertare questo tema, come se fosse diventato secondario per l’impegno a favore di una società più libera e più giusta.

Dio ha affidato la terra all'alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza. I segnali sono già preoccupanti, e li vediamo. Vorrei indicare, fra i molti, due punti che io credo debbono impegnarci con più urgenza.

Il primo. E’ indubbio che dobbiamo fare molto di più in favore della donna, se vogliamo ridare più forza alla reciprocità fra uomini e donne. E’ necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e nella Chiesa. Il modo stesso con cui Gesù ha considerato la donna in un contesto meno favorevole del nostro, perché in quei tempi la donna era proprio al secondo posto, e Gesù l’ha considerata in una maniera che dà una luce potente, che illumina una strada che porta lontano, della quale abbiamo percorso soltanto un pezzetto. Non abbiamo ancora capito in profondità quali sono le cose che ci può dare il genio femminile, le cose che la donna può dare alla società e anche a noi: la donna sa vedere le cose con altri occhi che completano il pensiero degli uomini. E’ una strada da percorrere con più creatività e audacia.

Una seconda riflessione riguarda il tema dell’uomo e della donna creati a immagine di Dio. Mi chiedo se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all'incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna. In effetti il racconto biblico, con il grande affresco simbolico sul paradiso terrestre e il peccato originale, ci dice proprio che la comunione con Dio si riflette nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna.

Da qui viene la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell'alleanza tra l’uomo e la donna. La terra si riempie di armonia e di fiducia quando l’alleanza tra uomo e donna è vissuta nel bene. E se l’uomo e la donna la cercano insieme tra loro e con Dio, senza dubbio la trovano. Gesù ci incoraggia esplicitamente alla testimonianza di questa bellezza che è l’immagine di Dio.

sabato 28 marzo 2015

Benedetto colui che viene nel nome del Signore

"La festa di oggi, in due aspetti molto differenti, presenta ai figli dell’uomo, colui al quale anela la nostra anima (Is 26,9), "il più bello tra i figli dell’uomo" (Sal 44,3).…
Se consideriamo allo stesso tempo la processione di oggi e la Passione, vediamo Gesù, da un lato, sublime e glorioso, e dall'altro, umiliato e sofferente. Infatti nella processione riceve gli onori regali, e nella Passione lo vediamo castigato come un malfattore. Nella prima, la gloria e l’onore lo circondano; nella seconda, «non ha apparenza né bellezza» (Is 53,2). Nella prima, egli è la gioia degli uomini e la gloria del popolo; nella seconda, è «l’infamia degli uomini, e il rifiuto del popolo» (Sal 21,7). Nella prima acclamano: «Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!»; nella seconda urlano che merita la morte e lo deridono perché si è fatto re d’Israele. Nella prima, accorrono da lui coi rami delle palme; nella seconda, lo schiaffeggiano in viso con le palme delle mani, e gli percuotono il capo con la canna. Nella prima, è colmato di elogi; nella seconda è nauseato dalle ingiurie. Nella prima, si disputano per stendere sul suo percorso i propri mantelli. nella seconda, lo spogliano dei suoi vestiti. Nella prima, lo ricevono a Gerusalemme come re giusto e Salvatore; nella seconda, è cacciato fuori da Gerusalemme come un criminale e un impostore. Nella prima, è seduto su un asino, circondato di doni; nella seconda, è appeso al legno della croce, lacerato dalle fruste, trafitto di piaghe e abbandonato dai suoi…
Signore Gesù, sia che il tuo volto appaia glorioso o umiliato, sempre vi si vede brillare la sapienza. Sul tuo volto risplende il riflesso della luce perenne (Sap 7,26). Risplenda sempre su di noi, Signore, la luce del tuo volto (Sal 4,7) nella tristezza come nella gioia… Sei la gioia e la salvezza di tutti, che ti vedano seduto su un asino o appeso al legno della croce".
Beato Guerrico d’Igny (sec XI)

domenica 8 marzo 2015

Il mio "SI" al Signore della Vita, al Dio dell'Amore (Ritiro)

"...Un dono di amicizia implica un «sì» all'amico e implica un «no» a quanto non è compatibile con questa amicizia, a quanto è incompatibile con la vita della famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. E così, in questo secondo dialogo, vengono pronunciati tre «no» e tre «sì». Si dice «no» e si rinuncia alle tentazioni, al peccato, al diavolo. Queste cose le conosciamo bene, ma forse proprio perché le abbiamo sentite troppe volte, queste parole non ci dicono tanto. Allora dobbiamo un po' approfondire i contenuti di questi «no». A che cosa diciamo «no»?. Solo così possiamo capire a che cosa vogliamo dire «sì».
Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia — così si diceva — alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell'apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove  la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini  di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio.
E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro  divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» - per così dire - dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma  diventa merce, un mero oggetto. A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità.
Come in questo dialogo battesimale il «no» è articolato in tre rinunce, così anche il «sì» è articolato in tre adesioni: «sì» al Dio vivente, cioè a un Dio creatore, ad una ragione creatrice che dà senso al cosmo e alla nostra vita; «sì» a Cristo, cioè a un Dio che non è rimasto nascosto ma che ha un nome, che ha parole, che ha corpo e sangue; a un Dio concreto che ci dà la vita e ci mostra la strada della vita; «sì» alla comunione della Chiesa, nella quale Cristo è il Dio vivente, che entra nel nostro tempo, entra nella nostra professione, entra nella vita di ogni giorno.
Potremmo anche dire che il volto di Dio, il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande «sì», si esprime nei dieci Comandamenti, che non sono un pacco di proibizioni, di «no», ma presentano in realtà una grande visione di vita. Sono un
 «sì» a un Dio che dà senso al vivere (i tre primi comandamenti); 
«sì» alla famiglia (quarto comandamento); 
«sì» alla vita (quinto comandamento); 
«sì» all'amore responsabile (sesto comandamento); 
«sì» alla solidarietà, alla responsabilità sociale, alla giustizia (settimo comandamento);
«sì» alla verità (ottavo comandamento), 
«sì» al rispetto dell’altro e di ciò che gli è proprio (nono e decimo comandamento)
Questa è la filosofia della vita, è la cultura della vita, che diviene concreta e praticabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che cammina con noi nella compagnia dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa...."
(Omelia di Benedetto XVI, 8 gennaio 2006)

venerdì 20 febbraio 2015

Incontro del 22 febbraio: Salmo e Brano Evangelico

Per preparare il prossimo incontro, pregheremo insieme, in famiglia, il Salmo 146 (145) e mediteremo sul brano del Vangelo di Marco in cui Gesù guarisce un paralitico (Mc 2,1-12).

SALMO 146 (145)
Alleluia.
Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore finché ho vita,
canterò inni al mio Dio finché esisto.
Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra:
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe:
la sua speranza è nel Signore suo Dio,
che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e quanto contiene,
che rimane fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri,
egli sostiene l'orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Alleluia.

Dal Vangelo di MARCO (Mc 2,1-12)
 Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola.
Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».
Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, 11 ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va' a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!». 

mercoledì 18 febbraio 2015

"Ricordati che sei polvere..."

Carissimi amici,
con la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri entriamo nel cammino quaresimale, "tempo in cui cerchiamo di unirci più strettamente al Signore, per condividere il mistero della Sua passione e della Sua risurrezione" (Papa Francesco, Omelia S. Messa 18/2/2015).
Il segno liturgico che contraddistingue la liturgia odierna è la cenere.
"La cenere è uno di quei segni materiali che portano il cosmo all'interno della Liturgia, un segno non sacramentale, ma pur sempre legato alla preghiera e alla santificazione del popolo cristiano.
Il segno della cenere ci riporta al grande affresco della creazione, in cui si dice che l’essere umano è una singolare unità di materia e di soffio divino, attraverso l’immagine della polvere del suolo plasmata da Dio e animata dal suo respiro insufflato nelle narici della nuova creatura. Possiamo osservare come nel racconto della Genesi il simbolo della polvere subisca una trasformazione negativa a causa del peccato. Mentre prima della caduta il suolo è una potenzialità totalmente buona, irrigata da una polla d’acqua e capace, per l’opera di Dio, di germinare «ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare», dopo la caduta e la conseguente maledizione divina esso produrrà «spine e cardi» e solo in cambio di «dolore» e «sudore del volto» concederà all'uomo i suoi frutti. La polvere della terra non richiama più solo il gesto creatore di Dio, tutto aperto alla vita, ma diventa segno di un inesorabile destino di morte: «Polvere tu sei e in polvere ritornerai».
E’ evidente nel testo biblico che la terra partecipa della sorte dell’uomo. (...)
Questa maledizione del suolo ha una funzione medicinale per l’uomo, che dalle «resistenze» della terra dovrebbe essere aiutato a mantenersi nei suoi limiti e riconoscere la propria natura. (...)
Ciò significa che l’intenzione di Dio, che è sempre benefica, è più profonda della maledizione. Questa, infatti, è dovuta non a Dio ma al peccato, però Dio non può non infliggerla, perché rispetta la libertà dell’uomo e le sue conseguenze, anche negative. Dunque, all'interno della punizione, e anche all'interno della maledizione del suolo, permane una intenzione buona che viene da Dio. Quando Egli dice all'uomo: «Polvere tu sei e in polvere ritornerai!», insieme con la giusta punizione intende anche annunciare una via di salvezza, che passerà proprio attraverso la terra, attraverso quella «polvere», quella «carne» che sarà assunta dal Verbo. E’ in questa prospettiva salvifica che la parola della Genesi viene ripresa dalla Liturgia del Mercoledì delle Ceneri: come invito alla penitenza, all'umiltà, ad avere presente la propria condizione mortale, ma non per finire nella disperazione, bensì per accogliere, proprio in questa nostra mortalità, l’impensabile vicinanza di Dio, che, oltre la morte, apre il passaggio alla risurrezione, al paradiso finalmente ritrovato(Papa Benedetto XVI, Omelia S. Messa 22/2/2012).
Percorriamo insieme questo cammino, impegnandoci a rinnovare la nostra vita e le nostre Comunità, con la certezza che, convertendoci all'amore di Dio troveremo le risposte alle domande che continuamente la storia ci pone. (cfr. Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2015).
Santa Quaresima a tutti.
Maria Pia e Antonello

sabato 7 febbraio 2015

Prima necessità: il padre sia presente nella famiglia

"Ogni famiglia ha bisogno del padre. Oggi ci soffermiamo sul valore del suo ruolo, e vorrei partire da alcune espressioni che si trovano nel Libro dei Proverbi, parole che un padre rivolge al proprio figlio, e dice così: «Figlio mio, se il tuo cuore sarà saggio, anche il mio sarà colmo di gioia. Esulterò dentro di me, quando le tue labbra diranno parole rette» (Pr 23,15-16). Non si potrebbe esprimere meglio l’orgoglio e la commozione di un padre che riconosce di avere trasmesso al figlio quel che conta davvero nella vita, ossia un cuore saggio. Questo padre non dice: "Sono fiero di te perché sei proprio uguale a me, perché ripeti le cose che dico e che faccio io". No, non gli dice semplicemente qualcosa. Gli dice qualcosa di ben più importante, che potremmo interpretare così: "Sarò felice ogni volta che ti vedrò agire con saggezza, e sarò commosso ogni volta che ti sentirò parlare con rettitudine. Questo è ciò che ho voluto lasciarti, perché diventasse una cosa tua: l’attitudine a sentire e agire, a parlare e giudicare con saggezza e rettitudine. E perché tu potessi essere così, ti ho insegnato cose che non sapevi, ho corretto errori che non vedevi. Ti ho fatto sentire un affetto profondo e insieme discreto, che forse non hai riconosciuto pienamente quando eri giovane e incerto. Ti ho dato una testimonianza di rigore e di fermezza che forse non capivi, quando avresti voluto soltanto complicità e protezione. Ho dovuto io stesso, per primo, mettermi alla prova della saggezza del cuore, e vigilare sugli eccessi del sentimento e del risentimento, per portare il peso delle inevitabili incomprensioni e trovare le parole giuste per farmi capire. Adesso - continua il padre -, quando vedo che tu cerchi di essere così con i tuoi figli, e con tutti, mi commuovo. Sono felice di essere tuo padre". È così ciò che dice un padre saggio, un padre maturo.
Un padre sa bene quanto costa trasmettere questa eredità: quanta vicinanza, quanta dolcezza e quanta fermezza. Però, quale consolazione e quale ricompensa si riceve, quando i figli rendono onore a questa eredità! E’ una gioia che riscatta ogni fatica, che supera ogni incomprensione e guarisce ogni ferita.
La prima necessità, dunque, è proprio questa: che il padre sia presente nella famiglia. Che sia vicino alla moglie, per condividere tutto, gioie e dolori, fatiche e speranze. E che sia vicino ai figli nella loro crescita: quando giocano e quando si impegnano, quando sono spensierati e quando sono angosciati, quando si esprimono e quando sono taciturni, quando osano e quando hanno paura, quando fanno un passo sbagliato e quando ritrovano la strada; padre presente, sempre. Dire presente non è lo stesso che dire controllore! Perché i padri troppo controllori annullano i figli, non li lasciano crescere.
Il Vangelo ci parla dell’esemplarità del Padre che sta nei cieli – il solo, dice Gesù, che può essere chiamato veramente "Padre buono" (cfr Mc 10,18). Tutti conoscono quella straordinaria parabola chiamata del "figlio prodigo", o meglio del "padre misericordioso", che si trova nel Vangelo di Luca al capitolo 15 (cfr 15,11-32). Quanta dignità e quanta tenerezza nell’attesa di quel padre che sta sulla porta di casa aspettando che il figlio ritorni! I padri devono essere pazienti. Tante volte non c’è altra cosa da fare che aspettare; pregare e aspettare con pazienza, dolcezza, magnanimità, misericordia.
Un buon padre sa attendere e sa perdonare, dal profondo del cuore. Certo, sa anche correggere con fermezza: non è un padre debole, arrendevole, sentimentale. Il padre che sa correggere senza avvilire è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi. Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: "Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli … ma mai in faccia per non avvilirli". Che bello! Ha senso della dignità. Deve punire, lo fa in modo giusto, e va avanti.
Se dunque c’è qualcuno che può spiegare fino in fondo la preghiera del "Padre nostro", insegnata da Gesù, questi è proprio chi vive in prima persona la paternità. Senza la grazia che viene dal Padre che sta nei cieli, i padri perdono coraggio, e abbandonano il campo. Ma i figli hanno bisogno di trovare un padre che li aspetta quando ritornano dai loro fallimenti. Faranno di tutto per non ammetterlo, per non darlo a vedere, ma ne hanno bisogno; e il non trovarlo apre in loro ferite difficili da rimarginare.
La Chiesa, nostra madre, è impegnata a sostenere con tutte le sue forze la presenza buona e generosa dei padri nelle famiglie, perché essi sono per le nuove generazioni custodi e mediatori insostituibili della fede nella bontà, della fede nella giustizia e nella protezione di Dio, come san Giuseppe."
Papa Francesco
Udienza Generale del 04.02.2015