"Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. La comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre." (Benedetto XVI alla festa delle testimonianze - VII Incontro Mondiale delle Famiglie. Milano, 1-3 giugno 2012)

domenica 13 marzo 2016

"La donna sorpresa in adulterio"

DALLA LETTERA APOSTOLICA
MULIERIS DIGNITATEM
DEL SOMMO PONTEFICE 
GIOVANNI PAOLO II
SULLA DIGNITÀ 
E VOCAZIONE DELLA DONNA
IN OCCASIONE DELL'ANNO MARIANO

La donna sorpresa in adulterio
14. Gesù entra nella situazione concreta e storica della donna, situazione che è gravata dall'eredità del peccato. Questa eredità si esprime tra l'altro nel costume che discrimina la donna in favore dell'uomo ed è radicata anche dentro di lei. Da questo punto di vista l'episodio della donna «sorpresa in adulterio» (cf. Gv 8, 3-11) sembra essere particolarmente eloquente. Alla fine Gesù le dice: «Non peccare più», ma prima egli provoca la consapevolezza del peccato negli uomini che l'accusano per lapidarla, manifestando così quella sua profonda capacità di vedere secondo verità le coscienze e le opere umane. Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi?
E' questa una verità valida per tutto il genere umano. Il fatto riportato nel Vangelo di Giovanni si può ripresentare in innumerevoli situazioni analoghe in ogni epoca della storia. Una donna viene lasciata sola, è esposta all'opinione pubblica con «il suo peccato», mentre dietro questo «suo» peccato si cela un uomo come peccatore, colpevole per il «peccato altrui», anzi corresponsabile di esso. Eppure, il suo peccato sfugge all'attenzione, passa sotto silenzio: appare non responsabile per il «peccato altrui»! A volte si fa addirittura accusatore, come nel caso descritto, dimentico del proprio peccato. Quante volte, in modo simile, la donna paga per il proprio peccato (può darsi che sia lei, in certi casi, colpevole per il peccato dell'uomo come «peccato altrui»), ma paga essa sola, e paga da sola! Quante volte essa rimane abbandonata con la sua maternità, quando l'uomo, padre del bambino, non vuole accettarne la responsabilità? E accanto alle numerose «madri nubili» delle nostre società, bisogna prendere in considerazione anche tutte quelle che molto spesso, subendo varie pressioni, pure da parte dell'uomo colpevole, «si liberano» del bambino prima della nascita. «Si liberano»: ma a quale prezzo? L'odierna opinione pubblica tenta in diversi modi di «annullare» il male di questo peccato; normalmente, però, la coscienza della donna non riesce a dimenticare di aver tolto la vita al proprio figlio, perché essa non riesce a cancellare la disponibilità ad accogliere la vita, inscritta nel suo ethos dal «principio».
E' significativo l'atteggiamento di Gesù nel fatto descritto in Giovanni 8, 3-11. Forse in pochi momenti come in questo si manifesta la sua potenza - la potenza della verità - nei riguardi delle coscienze umane. Gesù è tranquillo, raccolto, pensieroso. La sua consapevolezza, qui come nel colloquio con i Farisei (cf. Mt 19, 3-9), non è forse in contatto col mistero del «principio», quando l'uomo fu creato maschio e femmina, e la donna fu affidata all'uomo con la sua diversità femminile, ed anche con la sua potenziale maternità? Anche l'uomo fu affidato dal Creatore alla donna. Furono reciprocamente affidati l'uno all'altro come persone fatte ad immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell'amore, dell'amore sponsale: per diventare «un dono sincero» l'uno per l'altro, bisogna che ciascuno dei due si senta responsabile del dono. Questa misura è destinata a tutt'e due - uomo e donna - sin dal «principio». Dopo il peccato originale operano nell'uomo e nella donna forze opposte, a causa della triplice concupiscenza, «fomite del peccato». Esse agiscono nell'uomo dal profondo. Per questo Gesù nel Discorso della montagna dirà: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 28). Queste parole, rivolte direttamente all'uomo, mostrano la verità fondamentale della sua responsabilità nei confronti della donna: per la sua dignità, per la sua maternità, per la sua vocazione. Ma esse riguardano indirettamente anche la donna. Cristo faceva tutto il possibile perché - nell'ambito dei costumi e dei rapporti sociali di quel tempo - le donne ritrovassero nel suo insegnamento e nel suo agire la propria soggettività e dignità. In base all'eterna «unità dei due», questa dignità dipende direttamente dalla stessa donna, quale soggetto per sé responsabile, e viene nello stesso tempo «data come compito» all'uomo. Coerentemente Cristo si appella alla responsabilità dell'uomo. Nella presente meditazione sulla dignità e vocazione della donna, oggi bisogna riferirsi necessariamente all'impostazione che incontriamo nel Vangelo. La dignità della donna e la sua vocazione - come, del resto, quelle dell'uomo - trovano la loro eterna sorgente nel cuore di Dio e, nelle condizioni temporali dell'esistenza umana, sono strettamente connesse con l'«unità dei due». Perciò ciascun uomo deve guardare dentro di sé e vedere se colei che gli è affidata come sorella nella stessa umanità, come sposa, non sia diventata nel suo cuore oggetto di adulterio; se colei che, in vari modi, è il co-soggetto della sua esistenza nel mondo, non sia diventata per lui «oggetto»: oggetto di godimento, di sfruttamento.
Roma, 15 AGOSTO 1988

sabato 6 febbraio 2016

"LA MISERICORDIA FA FIORIRE LA VITA"

Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 38a Giornata Nazionale per la vita
(7 febbraio 2016)
LA MISERICORDIA FA FIORIRE LA VITA


“Siamo noi il sogno di Dio che, da vero innamorato, vuole cambiare la nostra vita”.
 Con queste parole Papa Francesco invitava a spalancare il cuore alla tenerezza del Padre, “che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati” (1Pt 1,3) e ha fatto fiorire la nostra vita.

La vita è cambiamento
L’Anno Santo della misericordia ci sollecita a un profondo cambiamento. Bisogna togliere “via il lievito vecchio, per essere pasta nuova” (1Cor 5,7), bisogna abbandonare stili di vita sterili, come gli stili ingessati dei farisei. Di loro il Papa dice che “erano forti, ma al di fuori. Erano ingessati. Il cuore era molto debole, non sapevano in cosa credevano. E per questo la loro vita era – la parte di fuori – tutta regolata; ma il cuore andava da una parte all’altra: un cuore debole e una pelle ingessata, forte, dura”
La misericordia, invero, cambia lo sguardo, allarga il cuore e trasforma la vita in dono: si realizza così il sogno di Dio.
La vita è crescita
Una vera crescita in umanità avviene innanzitutto grazie all'amore materno e paterno: “la buona educazione familiare è la colonna vertebrale dell’umanesimo”. La famiglia, costituita da un uomo e una donna con un legame stabile, è vitale se continua a far nascere e a generare. Ogni figlio che viene al mondo è volto del “Signore amante della vita” (Sap 11,26), dono per i suoi genitori e per la società; ogni vita non accolta impoverisce il nostro tessuto sociale. Ce lo ricordava Papa Benedetto XVI: “Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani”. Il nostro Paese, in particolare, continua a soffrire un preoccupante calo demografico, che in buona parte scaturisce da una carenza di autentiche politiche familiari. Mentre si continuano a investire notevoli energie a favore di piccoli gruppi di persone, non sembra che ci sia lo stesso impegno per milioni di famiglie che, a volte sopravvivendo alla precarietà lavorativa, continuano ad offrire una straordinaria cura dei piccoli e degli anziani. “Una società cresce forte, cresce buona, cresce bella e cresce sana se si edifica sulla base della famiglia”. È la cura dell’altro – nella famiglia come nella scuola – che offre un orizzonte di senso alla vita e fa crescere una società pienamente umana.
La vita è dialogo I credenti in ogni luogo sono chiamati a farsi diffusori di vita “costruendo ponti” di dialogo, capaci di trasmettere la potenza del Vangelo, guarire la paura di donarsi, generare la “cultura dell’incontro”. Le nostre comunità parrocchiali e le nostre associazioni sanno bene che “la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere”. Siamo chiamati ad assumere lo stile di Emmaus: è il vangelo della misericordia che ce lo chiede (cfr. Lc 24,13-35). Gesù si mette accanto, anche quando l’altro non lo riconosce o è convinto di avere già tutte le risposte. La sua presenza cambia lo sguardo ai due di Emmaus e fa fiorire la gioia: nei loro occhi si è accesa una luce. Di tale luce fanno esperienza gli sposi che, magari dopo una crisi o un tradimento, scoprono la forza del perdono e riprendono di nuovo ad amare. Ritrovano, così, il sapore pieno delle parole dette durante la celebrazione del matrimonio: “Padre, hai rivelato un amore sconosciuto ai nostri occhi, un amore disposto a donarsi senza chiedere nulla in cambio”. In questa gratuità del dono fiorisce lo spazio umano più fecondo per far crescere le giovani generazioni e per “introdurre – con la famiglia – la fraternità nel mondo”. Il sogno di Dio - fare del mondo una famiglia – diventa metodo quando in essa si impara a custodire la vita dal concepimento al suo naturale termine e quando la fraternità si irradia dalla famiglia al condominio, ai luoghi di lavoro, alla scuola, agli ospedali, ai centri di accoglienza, alle istituzioni civili.
La vita è misericordia
Chiunque si pone al servizio della persona umana realizza il sogno di Dio. Contagiare di misericordia significa aiutare la nostra società a guarire da tutti gli attentati alla vita. L’elenco è impressionante: “È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente”.
Contagiare di misericordia significa affermare – con papa Francesco – che è la misericordia il nuovo nome della pace. La misericordia farà fiorire la vita: quella dei migranti respinti sui barconi o ai confini dell'Europa, la vita dei bimbi costretti a fare i soldati, la vita delle persone anziane escluse dal focolare domestico e abbandonate negli ospizi, la vita di chi viene sfruttato da padroni senza scrupoli, la vita di chi non vede riconosciuto il suo diritto a nascere. Contagiare di misericordia significa osare un cambiamento interiore, che si manifesta contro corrente attraverso opere di misericordia. Opere di chi esce da se stesso, annuncia l’esistenza ricca in umanità, abita fiducioso i legami sociali, educa alla vita buona del Vangelo e trasfigura il mondo con il sogno di Dio.

Roma, 22 ottobre 2015 (Memoria di San Giovanni Paolo II)
IL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA 

sabato 23 gennaio 2016

La famiglia appartiene al “sogno” di Dio...

"Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione.
(...)
Quando la Chiesa (...) si propone di dichiarare la verità sul matrimonio nel caso concreto, per il bene dei fedeli, al tempo stesso tiene sempre presente che quanti, per libera scelta o per infelici circostanze della vita,[2] vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa.
La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità.
Come affermò il beato Paolo VI, la Chiesa ha sempre rivolto «uno sguardo particolare, pieno di sollecitudine e di amore, alla famiglia ed ai suoi problemi. Per mezzo del matrimonio e della famiglia Iddio ha sapientemente unite due tra le maggiori realtà umane: la missione di trasmettere la vita e l’amore vicendevole e legittimo dell’uomo e della donna, per il quale essi sono chiamati a completarsi vicendevolmente in una donazione reciproca non soltanto fisica, ma soprattutto spirituale. O per meglio dire: Dio ha voluto rendere partecipi gli sposi del suo amore: dell’amore personale che Egli ha per ciascuno di essi e per il quale li chiama ad aiutarsi e a donarsi vicendevolmente per raggiungere la pienezza della loro vita personale; e dell’amore che Egli porta all’umanità e a tutti i suoi figli, e per il quale desidera moltiplicare i figli degli uomini per renderli partecipi della sua vita e della sua felicità eterna».
La famiglia e la Chiesa, su piani diversi, concorrono ad accompagnare l’essere umano verso il fine della sua esistenza. E lo fanno certamente con gli insegnamenti che trasmettono, ma anche con la loro stessa natura di comunità di amore e di vita. Infatti, se la famiglia si può ben dire “chiesa domestica”, alla Chiesa si applica giustamente il titolo di famiglia di Dio. Pertanto «lo “spirito famigliare” è una carta costituzionale per la Chiesa: così il cristianesimo deve apparire, e così deve essere. È scritto a chiare lettere: “Voi che un tempo eravate lontani – dice san Paolo – […] non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). La Chiesa è e deve essere la famiglia di Dio».[5]
E proprio perché è madre e maestra, la Chiesa sa che, tra i cristiani, alcuni hanno una fede forte, formata dalla carità, rafforzata dalla buona catechesi e nutrita dalla preghiera e dalla vita sacramentale, mentre altri hanno una fede debole, trascurata, non formata, poco educata, o dimenticata.
È bene ribadire con chiarezza che la qualità della fede non è condizione essenziale del consenso matrimoniale, che, secondo la dottrina di sempre, può essere minato solo a livello naturale. Infatti, l’habitus fidei è infuso nel momento del Battesimo e continua ad avere influsso misterioso nell’anima, anche quando la fede non è stata sviluppata e psicologicamente sembra essere assente. Non è raro che i nubendi, spinti al vero matrimonio dall’instinctus naturae, nel momento della celebrazione abbiano una coscienza limitata della pienezza del progetto di Dio, e solamente dopo, nella vita di famiglia, scoprano tutto ciò che Dio Creatore e Redentore ha stabilito per loro. (...)
La Chiesa, dunque, con rinnovato senso di responsabilità continua a proporre il matrimonio, nei suoi elementi essenziali – prole, bene dei coniugi, unità, indissolubilità, sacramentalità –, non come un ideale per pochi, nonostante i moderni modelli centrati sull’effimero e sul transitorio, ma come una realtà che, nella grazia di Cristo, può essere vissuta da tutti i fedeli battezzati. (...)
Cari fratelli, il tempo che viviamo è molto impegnativo sia per le famiglie, sia per noi pastori che siamo chiamati ad accompagnarle. "
Papa Francesco
Discorso in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana
(22 gennaio 2016)

lunedì 16 novembre 2015

Incontro del 22 novembre: Salmo e Brano Evangelico

Nel prossimo incontro pregheremo con il Salmo 85 e mediteremo sulla missione affidata da Gesù ai dodici (Mt 10,5-15).

dal SALMO 85
Sei stato buono, Signore, con la tua terra,
hai ristabilito la sorte di Giacobbe.
     Mostraci, Signore, la tua misericordia
     e donaci la tua salvezza.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli,
per chi ritorna a lui con fiducia.
     Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
     perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s'incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
     Verità germoglierà dalla terra
     e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
     giustizia camminerà davanti a lui:
     i suoi passi tracceranno il cammino.

Dal Vangelo di Matteo (Mt 10, 5-15)
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città. 

Preghiera Finale :
Dio solo può dare la fede, 
tu, però, puoi dare la tua testimonianza. 
Dio solo può dare la speranza, 
tu, però, puoi infondere fiducia nei tuoi fratelli. 
Dio solo può dare l'amore, 
tu, però, puoi insegnare all'altro ad amare. 
Dio solo può dare la pace, 
tu, però, puoi seminare l'unione. 
Dio solo può dare la forza, 
tu, però, puoi dare sostegno a uno scoraggiato. 
Dio solo è la via, 
tu, però, puoi indicarla agli altri. 
Dio solo è la luce, 
tu, però, puoi farla brillare agli occhi di tutti. 
Dio solo è la vita, 
tu, però, puoi far rinascere negli altri il desiderio di vivere. 
Dio solo può fare ciò che appare impossibile, 
tu, però, potrai fare il possibile. 
Dio solo basta a se stesso, 
egli, però, preferisce contare su di te.

martedì 20 ottobre 2015

Incontro del 25 ottobre: Salmo e Brano Evangelico

In preparazione al prossimo incontro pregheremo, in famiglia, con il Salmo 146 e mediteremo sul brano del Vangelo di Matteo in cui Gesù chiama i dodici (Mt 10,1-5).

dal SALMO 146
Loda il Signore, anima mia:
loderò il Signore finché ho vita,
canterò inni al mio Dio finché esisto.
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe:
la sua speranza è nel Signore suo Dio,
che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e quanto contiene,
che rimane fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri,
egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Gloria al Padre…

Dal Vangelo di Matteo (Mt 10, 1-5)
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, [Gesù] diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò.

giovedì 15 ottobre 2015

L'AMORE E' LA NOSTRA MISSIONE


Con l'incontro introduttivo di sabato 10 ottobre, il Gruppo Famiglie ha ripreso le attività per l'anno pastorale 2015-2016.
Abbiamo fatto nostro lo slogan dell'Incontro Mondiale delle Famiglie, appena conclusosi a Philadelphia: "L'Amore è la nostra missione: la famiglia pienamente viva".
Seguendo il discorso missionario del Vangelo di Matteo, ci confronteremo sulla missione delle nostre famiglie nel mondo contemporaneo, con tutte le complesse sfide che ci vengono poste dinanzi. 
Vi aspettiamo per vivere insieme la chiamata a portare l'annuncio della bellezza della famiglia agli uomini e alle donne di oggi!
L'Equipe Famiglie

mercoledì 23 settembre 2015

Le famiglie: OPPORTUNITA' da curare, proteggere, accompagnare

"Siamo in famiglia. E quando uno sta in famiglia si sente a casa. Grazie famiglie cubane, grazie cubani per avermi fatto sentire in tutti questi giorni in famiglia, per avermi fatto sentire a casa. Grazie per tutto questo. Questo incontro con voi è come “la ciliegina sulla torta”. Concludere la mia visita vivendo questo incontro in famiglia è un motivo per rendere grazie a Dio per il “calore” che promana da gente che sa ricevere, che sa accogliere, che sa far sentire a casa. Grazie a tutti i cubani.
Ringrazio Mons. Dionisio García, Arcivescovo di Santiago, per il saluto che mi ha rivolto a nome di tutti, e la coppia che ha avuto il coraggio di condividere con tutti noi i suoi aneliti e i suoi per vivere la famiglia come una “chiesa domestica”.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta come primo avvenimento pubblico di Gesù le Nozze di Cana, nella festa di una famiglia. Lì è con Maria sua madre e alcuni dei suoi discepoli. Condividevano la festa familiare.
Le nozze sono momenti speciali nella vita di molti. Per i “più veterani”, genitori, nonni, è un’occasione per raccogliere il frutto della semina. Dà gioia all'anima vedere i figli crescere e poter formare la propria famiglia. È l’opportunità di vedere, per un istante, che tutto ciò per cui si è lottato ne valeva la pena. Accompagnare i figli, sostenerli, stimolarli perché possano decidersi a costruire la loro vita, a formare la loro famiglia, è un grande compito per i genitori. A loro volta, i giovani sposi sono nella gioia. Tutto un futuro che comincia. E tutto ha “sapore” di casa nuova, di speranza. Nelle nozze sempre si incontrano il passato che ereditiamo e il futuro che ci attende. C’è memoria e speranza. Sempre si apre l’opportunità di ringraziare per tutto ciò che ci ha permesso di giungere fino ad oggi con lo stesso amore che abbiamo ricevuto.
E Gesù comincia la sua vita pubblica proprio in un matrimonio. Si inserisce in questa storia di semina e raccolto, di sogni e ricerche, di sforzi e impegno, di lavori faticosi che hanno arato la terra perché dia il suo frutto. Gesù comincia la sua vita pubblica all’interno di una famiglia, in seno ad una comunità domestica. Ed è proprio in seno alle nostre famiglie che Egli continua ad inserirsi, continua ad esser parte. Gli piace stare in famiglia.
È interessante osservare come Gesù si manifesta anche nei pranzi, nelle cene. Mangiare con diverse persone, visitare diverse case è stato per Gesù un luogo privilegiato per far conoscere il progetto di Dio. Egli va a casa degli amici – Marta e Maria –, ma non è selettivo, non gli importa se ci sono pubblicani o peccatori, come Zaccheo. Non solo Egli agiva così, ma quando inviò i suoi discepoli ad annunciare la buona novella del Regno di Dio, disse loro: «Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno» (Lc 10,7). Matrimoni, visite alle famiglie, cene, qualcosa di speciale avranno questi momenti nella vita delle persone perché Gesù preferisca manifestarsi lì.
Ricordo nella mia diocesi precedente che molte famiglie mi spiegavano che l’unico momento che avevano per stare insieme era normalmente la cena, di sera, quando si tornava dal lavoro, e i più piccoli finivano i compiti di scuola. Era un momento speciale di vita familiare. Si commentava il giorno, ciò che ognuno aveva fatto, si metteva in ordine la casa, si sistemavano i vestiti, si organizzavano gli impegni principali per i giorni seguenti, i bambini litigavano… era il momento. Sono momenti in cui uno arriva anche stanco, e qualche discussione, qualche litigata tra marito e moglie succede, ma non c’è da aver paura; io ho più paura delle coppie che mi dicono che mai, mai hanno avuto una discussione; raro, è raro. Gesù sceglie questi momenti per mostrarci l’amore di Dio, Gesù sceglie questi spazi per entrare nelle nostre case e aiutarci a scoprire lo Spirito vivo e operante nelle nostre case e nelle nostre cose quotidiane. È in casa che impariamo la fraternità, impariamo la solidarietà, impariamo il non essere prepotenti. È in casa che impariamo ad accogliere e apprezzare la vita come una benedizione e che ciascuno ha bisogno degli altri per andare avanti. È in casa che sperimentiamo il perdono, e siamo invitati continuamente a perdonare, a lasciarci trasformare. E’ interessante: in casa non c’è posto per le “maschere”, siamo quello che siamo e, in un modo o nell’altro, siamo invitati a cercare il meglio per gli altri.
Per questo la comunità cristiana chiama le famiglie con il nome di chiese domestiche, perché è nel calore della casa che la fede permea ogni angolo, illumina ogni spazio, costruisce la comunità. Perché è in momenti come questi che le persone hanno cominciato a scoprire l’amore concreto e operante di Dio.
In molte culture al giorno d’oggi vanno sparendo questi spazi, vanno scomparendo questi momenti familiari, pian piano tutto tende a separarsi, isolarsi; scarseggiano i momenti in comune, per essere uniti, per stare in famiglia. E dunque non si sa aspettare, non si sa chiedere permesso, non si sa chiedere scusa, non si sa ringraziare, perché la casa diventa vuota, non di persone, ma vuota di relazioni, vuota di contatti umani, vuota di incontri, tra genitori, figli, nonni, nipoti, fratelli.... Poco tempo fa una persona che lavora con me mi raccontava che sua moglie e i figli erano andati in vacanza e lui era rimasto solo, perché gli toccava lavorare in quei giorni. Il primo giorno la casa stava tutta in silenzio, “in pace”, era felice, niente in disordine. Il terzo giorno, quando gli ho chiesto come stava, mi ha detto: “Voglio già che ritornino tutti”. Sentiva che non poteva vivere senza sua moglie e i suoi figli. E questo è bello, questo è bello.
Senza famiglia, senza il calore di casa, la vita diventa vuota, cominciano a mancare le reti che ci sostengono nelle difficoltà, le reti che ci alimentano nella vita quotidiana e motivano la lotta per la prosperità. La famiglia ci salva da due fenomeni attuali, due cose che succedono al giorno d’oggi: la frammentazione, cioè la divisione, e la massificazione. In entrambi i casi, le persone si trasformano in individui isolati, facili da manipolare e governare. E allora troviamo nel mondo società divise, rotte, separate o altamente massificate sono conseguenza della rottura dei legami familiari; quando si perdono le relazioni che ci costituiscono come persone, che ci insegnano ad essere persone. E così uno si dimentica di come si dice papà, mamma, figlio, figlia, nonno, nonna… Si perde la memoria di queste relazioni che sono il fondamento. Sono il fondamento del nome che abbiamo.
La famiglia è scuola di umanità, scuola che insegna a mettere il cuore nelle necessità degli altri, ad essere attenti alla vita degli altri. Quando viviamo bene nella famiglia, gli egoismi restano piccoli – ci sono, perché tutti abbiamo un po’ di egoismo –; ma quando non si vive una vita di famiglia si generano quelle personalità che possiamo definire così: “io, me, mi, con me, per me”, totalmente centrate su sé stesse, che ignorano la solidarietà, la fraternità, il lavoro in comune, l’amore, la discussione tra fratelli. Lo ignorano. Nonostante le molte difficoltà che affliggono oggi le nostre famiglie nel mondo, non dimentichiamoci, per favore, di questo: le famiglie non sono un problema, sono prima di tutto un’opportunità. Un’opportunità che dobbiamo curare, proteggere e accompagnare. E’ un modo di dire che sono una benedizione. Quando incominci a vivere la famiglia come un problema, ti stanchi, non cammini, perché sei tutto centrato su te stesso.
Si discute molto oggi sul futuro, su quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli, quale società vogliamo per loro. Credo che una delle possibili risposte si trova guardando voi, questa famiglia che ha parlato, ognuno di voi: vogliamo lasciare un mondo di famiglie. E’ la migliore eredità: lasciamo un mondo di famiglie. Certamente non esiste la famiglia perfetta, non esistono sposi perfetti, genitori perfetti né figli perfetti, e, se non si offende, io direi suocera perfetta. Non esistono, non esistono. Ma questo non impedisce che siano la risposta per il domani. Dio ci stimola all’amore e l’amore sempre si impegna con le persone che ama. Per questo, abbiamo cura delle nostre famiglie, vere scuole del domani. Abbiamo cura delle nostre famiglie, veri spazi di libertà. Abbiamo cura delle nostre famiglie, veri centri di umanità.
E qui mi viene un’immagine: quando, nelle Udienze del mercoledì, passo a salutare la gente, tante tante donne mi mostrano la pancia e mi dicono: “Padre, me lo benedice?”. Io ora vi propongo una cosa, a tutte quelle donne che sono “incinte di speranza”, perché un figlio è una speranza: che in questo momento si tocchino la pancia. Se c’è qualcuna qui, lo faccia. O quelle che stanno ascoltano alla radio o alla televisione. E io, a ciascuna di loro, ad ogni bambino o bambina che è lì dentro ad aspettare, do la benedizione. Così che ognuna si tocca la pancia e io le do la benedizione, nel nome del Padre e del Figlio  dello Spirito Santo. E auguro che nasca bello sano, che cresca bene, che lo possa allevare bene. Accarezzate il bambino che state aspettando.
Non voglio concludere senza fare riferimento all'Eucaristia. Avrete notato che Gesù vuole utilizzare come spazio del suo memoriale una cena. Sceglie come spazio della sua presenza tra noi un momento concreto della vita familiare. Un momento vissuto e comprensibile per tutti, la cena.
E l’Eucaristia è la cena della famiglia di Gesù, che da un confine all'altro della terra si riunisce per ascoltare la sua Parola e nutrirsi con il suo Corpo. Gesù è il Pane di Vita delle nostre famiglie, vuole essere sempre presente nutrendoci con il suo amore, sostenendoci con la sua fede, aiutandoci a camminare con la sua speranza, perché in tutte le circostanze possiamo sperimentare che Egli è il vero Pane del cielo.
Tra pochi giorni parteciperò insieme alle famiglie del mondo all'Incontro Mondiale delle Famiglie, e tra meno di un mese al Sinodo dei Vescovi che ha per tema la Famiglia. Vi invito a pregare. Vi chiedo per favore di pregare per queste due intenzioni, perché sappiamo tutti insieme aiutarci a prenderci cura della famiglia, perché sempre più sappiamo scoprire l’Emmanuele, cioè il Dio che vive in mezzo al suo popolo facendo di ogni famiglia e di tutte le famiglie la sua dimora. Conto sulla vostra preghiera. Grazie!"
Papa Francesco
All'incontro con le Famiglie - Viaggio apostolico a Cuba 23/09/2015

mercoledì 26 agosto 2015

"Notte bianca". Meditazione di fr. Graziano per giovani e famiglie

Dio è amore
A come "accoglienza": sei stato accolto nel grembo di tua madre, in una famiglia. 
Per questo  devi essere accoglienza: come sei stato accolto devi accogliere.
M come "misericordia". Non ci si fa mai da soli. 
Siamo poveri. Siamo terra, anche se destinata a divenire giardino. 
Le nostre imperfezioni sono l'autografo di Dio.
Dobbiamo assumere uno sguardo benevolente su noi stessi. C'è un Dio che ci ama così come siamo. 
O come "orizzonte di Dio". Tu sei al centro dei pensieri di Dio. 
Dio non ama "tutti", Dio ama "te", singolarmente. 
Tu sei l'orizzonte di Dio. 
Noi siamo fatti a immagine di Dio e , per questo, ci affanniamo a trovare l'amore.
R come "roveto di Dio". Ci ricorda il patto di Mosè ed evoca tutta la nostra condizione di dolore.  
Non c'è dolore che Dio non tenga in cosiderazione. E il dolore diventa prospettiva di grazia perché Lui abita questo dolore. Dio entra nella tua morte, nella morte del peccato, e te ne tira fuori. Ti fa passare dal piacere momentaneo alla gioia che non tramonta.
E come "Evangelo". Il Vangelo di Dio. Tu sei una bella notizia e il mondo fuori ha bisogno di vederla. Non si tratta di predicare ma di effondere il profumo di cui siete pieni. 
Diventare quel seme piccolo che può incendiare l'universo.
Capite quanta roba c'è in una parola e quante volte pronunziamo la parola "amore" senza un senso pieno?
Incontrando i giovani a Torino, lo scorso mese di giugno, Papa Francesco ha dato tre caratteristiche dell'amore.
1. L'amore cristiano è un amore concreto.
2. L'amore è dialogico: si comunica sempre.
3. L'amore è casto
Castità è guardare l'altro non come un oggetto ma come un giardino da custodire. 
Noi viviamo di relazione e di comunicazione.
In genere ad ogni gesto corrisponde una relazione.
I rapporti sessuali fuori dalla relazione minano la qualità della relazione affettiva. 
Non si può fondare una relazione sulla sessualità.
Grazie Signore per il dono della vita e dell'amore.
Guarisci Signore le ferite profonde dell'amore. 
Guarda con benevolenza anche le coppie di sposi, soprattutto quelle ferite.
Noi desideriamo Te, e in Te ogni bene. 
Desideriamo un'AMORE PURO.


dal dialogo-catechesi tenuto da fra Graziano Malgeri, ofm (Assisi)
Santuario S. Maria del Pozzo - Capurso, 26 ago 2015
(sintesi non rivista dall'autore)

lunedì 24 agosto 2015

"Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo"

"Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. 
Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. 
E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. 
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 
Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. 
Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. 
Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. 
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!"  (Ef, 5, 21-32)

PAROLE SCOMODE, QUASI DA CENSURARE

La XXIma Domenica del Tempo Ordinario ci propone uno dei brani di S. Paolo per i quali molti cristiani un po' si vergognano ... di essere .. cristiani!
"La donna sia sottomessa al marito..." seconda lettura di oggi.
"Vediamo. Un conto è quando parlo di sottomissione nelle parrocchie, o comunque a un pubblico di formazione cattolica, che tendenzialmente parla la mia lingua. Un popolo che crede in un re che è morto in croce, un re che invita i più grandi a servire i più piccoli, e che quindi credo possa meglio capire la bellezza dello “stare sotto” per dare la vita, non solo partorendo ma generando in ogni momento coloro che ci sono affidati. Un conto è rivolgermi al giornalista collettivo, che dopo l’incontro di Milano mi ha dato dell’oscurantista medievale cattoislamista.
Ma io credo, potrei dire che sono certa se la mia ignoranza di esegeta e di biblista da quinta elementare non mi imponesse una certa cautela, che san Paolo abbia saputo cogliere quello che è il cuore del problema femminile, la tentazione che più di tutte tocca le donne: il desiderio di controllo. Noi donne vogliamo controllare le persone che abbiamo care. Siamo capacissime di manipolarle, abbiamo dei radar raffinatissimi nel cervello, strumenti super sofisticati che l’uomo si sogna. La Provvidenza ce li ha dati per educare, questa è la nostra chiamata, perché “Dio affida l’umanità alla donna, che, prima ancora dell’uomo stesso, vede l’uomo”, come scriveva san Giovanni Paolo II. La tentazione contro cui noi donne dobbiamo combattere è quella dunque del controllo sull'uomo, della sua manipolazione.
Quando una donna impara a usare i suoi talenti per servire, non da schiava come scrivevo, ma da volontaria custode di coloro che le sono affidati, la vita intorno a lei fiorisce. Ogni persona viene accolta e si sente valorizzata da uno sguardo materno, che include, che non giudica. È uno sforzo costante che noi donne dobbiamo fare, una lotta contro il nostro perfezionismo.
L’uomo al contrario deve imparare a dare di più, a morire, dice san Paolo, perché la sua tentazione invece è quella della fuga, o dell’egoismo, del disimpegno dalla relazione. A me sembra così chiara, lucida, profonda l’analisi di san Paolo. Così rispondente alla verità del cuore dell’uomo, che non capisco come qualcuno possa sentirsene offeso.
Bisogna sempre ricordare che l’uomo e la donna sono due creature ferite, che vorrebbero essere amate in modo perfetto, e invece fanno una continua esperienza del proprio limite e del limite dell’altro. La donna con la sua voragine, la sua fragilità, il suo bisogno di conferme, di uno sguardo che le dica che è bella. L’uomo con il suo desiderio di potere, di possesso, di dominio, che deve imparare a essere circonciso, regalato. Che deve trasformarsi in capacità di sacrificio e di prendere i colpi della vita su di sé a difesa dei piccoli.
Mi sembra così bella questa dinamica del rapporto di amore tra maschio e femmina, così liberante, che davvero non vedo cosa ci possa essere di offensivo. Penso che solo le ferite del passato, di un tempo in cui alla donna questa accoglienza veniva in qualche modo imposta (anche se sul fatto che essere relegate in casa fosse necessariamente uno svantaggio rispetto a oggi avrei qualcosa da obiettare) possano avere lasciato nervi scoperti, e una sensibilità esasperata. Credo che la sottomissione nel senso di stare sotto a sostegno e di rinunciare alla volontà di controllo per dare la vita sia scritta nel cuore della donna. L’importante è che sia scelta, che sia libera. Che sia abbracciata con gioia.
Chissà, magari si apre una stagione di donne sottomesse per scelta, felici, libere di servire non da schiave ma da donne che possono avere tutto, e scelgono la parte migliore".

Costanza Miriano per La Croce quotidiano

martedì 19 maggio 2015

“Vi prego: NON DORMITE”


Pubblichiamo la trascrizione della meditazione tenuta dal Card. Menichelli nel corso della XVII Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, svoltasi a Nocera Umbra dal 30 aprile al 3 maggio 2015.
Ringraziamo il Cardinale innanzitutto per la ricchezza e il fascino degli spunti di riflessione che ci ha donato, nonché per averne autorizzato la pubblicazione, scusandoci per eventuali piccole imprecisioni causate da disturbi nella registrazione. 
Assicuriamo, tuttavia, che il contenuto ed il senso di quanto detto non sono stati in alcun modo alterati.  
Ci auguriamo che la lettura susciti, anche in voi, il desiderio di annunciare, nelle sfide del nostro tempo, la bellezza dell’amore tra l’uomo e la donna voluto da Dio “in principio”.
                                             Antonello e Maria Pia


Vangelo di Matteo (19, 1-12)
Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. E lo seguì molta folla e colà egli guarì i malati. Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: "È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?".  Ed egli rispose: "Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse:  Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi". Gli obiettarono: "Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via?". Rispose loro Gesù: "Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio". Gli dissero i discepoli: "Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi".  Egli rispose loro: "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca".

Carissimi, dopo la lettura del brano del Vangelo, entriamo adesso in una piccola meditazione. 
Si, meditazione, anche se è probabile che da parte mia ci sia anche qualche suggestione, sicuramente non irriverente nei confronti della Parola di Dio.
Innanzitutto cerchiamo di chiarire il tema, o l'argomento, di questi dodici versetti del capitolo 19.
Possiamo sintetizzarlo così il tema: “matrimonio e celibato”.  Oppure: “matrimonio come?”.
Certo, con un pizzico di malignità da peccatori, possiamo anche riassumere questo tema così, dal punto di vista umano, di peccatori.
Come arrangiarsi su questo argomento? Continuare a fare un po' come i farisei di quel tempo? Oppure, sempre da buoni farisei, possiamo dire che giochiamo sempre al maschile, portiamo avanti sempre un dominio, sottolineiamo sempre, tra virgolette, un uso della donna?
Dove stiamo, qual è il luogo? Diciamo così che siamo in presenza, in questo caso, di una sorta di sconfinamento da parte di Gesù che passa dalla Galilea, luogo iniziale del suo ministero, alla Giudea. 
Inizia la strada verso Gerusalemme che è il luogo culmine della sua vicenda terrena e della sua vicenda di Salvatore.
E anche in questo caso Gesù fa sempre la stessa cosa. Potremmo dire, oggi, che non cambia pastorale. Non ha la mania di grandi discernimenti, di progetti pastorali.
Fa sempre la stessa cosa: ammaestra, perché l'uomo ha sempre bisogno di essere aiutato a capire. Ammaestra con fascino, anzi il Vangelo direbbe "con autorità", non come gli scribi, che chiacchierano.
Anche in questo caso la gente lo segue, ascolta, e poi Gesù fa anche un'altra cosa, sempre: guarisce.
La guarigione di Gesù è sempre un atto di misericordia. E la sua misericordia è sposata con la verità. Perché la salvezza è per la persona, e la persona, fatemi dire così, non è una bottiglia da riempire o da vuotare.
Veniamo ancora più direttamente al brano.
Che cosa succede in questo brano?
Possiamo dire così che si ripete una sorta di cliché. I farisei lo vogliono incastrare. I farisei hanno in testa solo questo: incastrare Gesù Cristo. E gli pongono una questione che apparentemente possiamo chiamare "legalistica".
Se volete anche "di forma" esteriore. Ma che, in realtà, è decisamente veritativa e io aggiungo anche etica. La questione, i farisei, la pongono in modo chiaro: "è lecito ripudiare la propria moglie per qualunque motivo?".
E non capisco perché non abbiano fatta la domanda a rovescio: "è lecito a una moglie mandare via il proprio marito?". Ma la ragione di questa seconda frase non detta è perché il tempo era maschilista, diremmo noi oggi.
La domanda era per risolvere una questione dibattuta, che possiamo sintetizzare così: rigorismo o lassismo legislativo? Rigorismo o lassismo legalistico? E come sempre Gesù oltrepassa le inutili discussioni, che non servono mai a nulla, ma di cui sempre la società è piena.
E Gesù oltrepassa le inutili discussioni e va al centro del problema. Che non è una questione di legge, noi possiamo dire divorzio si divorzio no, ma è uno stare o non stare in ciò che "in principio" è stato posto.
Ecco il problema di fondo! Che possiamo anche riassumere con una domanda: qual è il progetto del Creatore su questo tema?
Il progetto del Creatore per me ha quattro aggettivi: è chiaro, è illuminante, è veritativo, e forse il più difficile anche oggi, è immutabile.
Chiaro, illuminante, veritativo, immutabile.
C’è poco da discutere. E io potrei chiudere qua. Però visto che tutti voi siete impegnati in qualche modo nella pastorale familiare, vorrei dirvi questo "in principio" chiaro, illuminante, veritativo e immutabile, così.
Uomo e donna. Tutti possono fantasticare: noi diciamo uomo e donna. E' inutile che ne stiamo a discutere. Due punti: questi due soggetti che giustamente, anche nella preghiera, abbiamo chiamato soggetti in relazione, ci aggiungiamo o complementarietà o reciprocità, devono mettere in pratica quattro verbi, non cinque e neanche tre, quattro. 
“Lasceranno”. Qui c'è la maturità e la responsabilità del conoscere e sapere e accettare quello che quel progetto dice. Nessuno ti ci caccia, ma se ti ci cacci questo devi sapere: maturità.
Secondo. “Si uniranno”. E si uniranno, da persone, non da coccodrilli, e manco da rinoceronti. Perché l'unione non è solo fisica o fisicista. Tanto da ridursi reciprocamente come macchine da esperimento. Volgarmente noi diciamo “mi piaci”. Nel Vangelo non c'è mai scritto "mi piaci". Mai. C'è scritto "ti amo", non "mi piaci". Si uniranno. Ed è un unione personale. Nella mia modalità di esistenza, nelle mie qualità, nei miei difetti, nei miei pregi, nelle mie debolezze, nei miei peccati, come nei tuoi. E ci ameremo nella carne perché l'amore si deve vedere! Io contesto molto l'espressione (e contestatela) che spesso i ragazzi dicono "ho fatto l'amore". L’amore non si fa, l'amore c'è, semmai l'amore si incarna, prende forma, per cui il figlio non è altro che l'amore visto di un uomo e di una donna. Non è un'occasione persa o sbagliata. E in questa unione c'è profondo rispetto dell'uno e dell'altro. Un rispetto che, secondo me, nasce proprio dall'imitazione del modo di Dio di unirsi ad ognuno di noi. Che è talmente compenetrante da farci diventare, da parte sua, casa che lo accoglie.
Lasceranno, si uniranno, “diventeranno”. Per cui questo progetto invita i due ad essere costruttori, non utilizzatori. Di che cosa? Di ciò che diventa necessario per il dopo. E per me questo "diventeranno" lo riassumo con questa parola: costruire principalmente, costantemente, la sponsalità. E la sponsalità non è come se i due entrassero in un frullino e diventano impastati nuovamente: no. Le persone rimangono quelle. Ma ciò che loro sono chiamati a "fare" è un grande mistero. E' il mistero della solidità della sponsalità. 
E dentro questa solidità della sponsalità entra il quarto verbo: “servire” la vita. Perché la vita, per vivere, ha bisogno del grembo, non della tecnica. Abbiamo inventato i frigoriferi della vita! Dobbiamo farli sciogliere al caldo del dono. Per un certa cultura può sembrare strano, ma noi questo abbiamo da offrire, è questo il progetto magnifico. Perché dietro questo c'è perfino la sostanza della sua identità. L'identità non te la dai da solo, te la dà il padre e la madre. E' questo un mondo, una cultura, che non ci dà più garanzie sull’identità!
Questo è il progetto che Gesù spiega. Quel famoso "in principio". Allora, diciamo così, c'è una dualità di genere, se può essere reciproci non si può essere uguali.
Anche questa frase che diciamo: "sono sposati, sono come due gocce d'acqua simili"... l'uomo e la donna non sono semplicemente uguali! Possiamo dire così: c'è l’uguaglianza nella dignità e la diversità nella relazione e tutto questo si fonda su un atto creativo di Dio.
Ricordo il mio professore di sacra scrittura, che era un uomo molto credente, perché era un ateo convertito. Da essere, come diceva lui, un emerito mascalzone e peccatore, convertito, quando ci spiegava questa cosa, ricordo per me ragazzo, che conosceva poco la Bibbia, perché non avevamo in mano la Bibbia (era irriverente tenere in mano la Bibbia, perché c'era il racconto di Susanna e allora un seminarista poteva essere distratto, e non solo il seminarista ma anche altri). Lui diceva: cosa vuol dire quando la Bibbia dice: Dio consegnò ad Adamo le creature perché desse loro il nome. E mica ha preso il vocabolario! Ma subito dopo dice: non avendo trovato qualcosa simile a lui, nella dignità, Dio (puntini puntini) "inventa", come ha inventato Adamo, “inventa”! Ora, lasciamo fare la costola o non la costola, poi ci si metteva a contarsi le costole se erano uguali. Ricordo questa parola che il mio professore diceva in ebraico “zelah”, e cioè l’elemento vivente perché ci possa essere la riconoscibilità dell’altro.
E qui vi dico un'altra cosa, vi prego ascoltatela, e ai fidanzati, se parlate loro, ditela, senza fare grandi prediche che la gente non capisce più: del dono interpersonale dell’uomo e della donna, lo dico anche a voi, mi sapreste dire, solo a occhio, se il dono interpersonale dell’uomo e della donna è diverso dall'unione di ogni creatura maschio e femmina che procrea? Si o no? Ho detto a occhio! 
Allora tutti rispondono: “ma quelli si amano”. E le altre creature? Vai a prendere un leone che sta con una leonessa: ti morde se gli tocchi qualcosa. Dov'è la diversità, a occhio? Dove l’uomo e la donna non è animale ma è persona vivente, a immagine e somiglianza di Dio che si comunica guardandosi?! Tutte le volte che l’uomo rovescia questo dono interpersonale che passa anche attraverso lo sguardo, l’uomo diventa animale.
Adesso possiamo capire di più cosa volevo dire con unirsi.
Mi dispiace se usciamo dalla preghiera e vi disturbo un po’. Ma questa espressione che i ragazzi dicono: “ho fatto sesso”. Ma il sesso è fatto? Tutt'al più mettete assieme due attrezzature che grazie a Dio funzionano! Mi comprendete? Ormai i nostri ragazzi non capiscono più queste cose, sono dentro un virus collettivo. Tale da fargli dire alla domanda che io stesso faccio “che cos'è la sessualità?” mi rispondono: “quello che un uomo fa con una donna”. E io dico “grazie, così mi avete definito che io sono asessuato!”. 
Questo ci deve abituare a pensare, perché i guai vengono dopo. E i nostri ragazzi celebrano i matrimoni dentro questa cultura che è malata di qualche virus di testa.
L’essere umano, direbbe Kasper, l’essere uomo e l’essere donna sono fondati ontologicamente nella creazione. Dio non ha creato un neutro, ma l’uomo e la donna come donati da Dio l’uno all'altro per complementarsi, per sostenersi, per compiacersi e per tutto il resto che noi sappiamo.
Vorrei, una volta tanto, che liberassimo anche il dono del personale dell’uomo e della donna dal fatto che ogni passo che fanno è peccato. Il peccato figlioli è una cosa seria. Molto seria. Perché se non fosse stata seria il Figlio di Dio non sarebbe morto, per una cosa stupida.
Ed è tanto seria proprio perché dobbiamo capire il rovescio e, quindi, convertirci.
Ora, dentro, chiamiamolo così, questo laboratorio, i due diventano una carne sola, una comunità di vita che, come posso dire, che si fa sesso, eros, amicizia umana, dono, in una relazione fruttuosa.
E qui vorrei che santificassimo il piacere, come unguento di attrazione. Ma tutto questo non “svincolato da”, perché, se no, anche all'interno del matrimonio può esistere la prostituzione, non a pagamento. 
L’amore tra uomo e donna e la trasmissione della vita sono inscindibili. Questo bisogna mettere in testa: sono inscindibili. Il che non vuol dire che in ogni dono un figlio. Ma qui entro in argomenti che non entrano nella mia lectio.
Anzi sono tanto fortemente orientati l’uno all'altro che essi lasciano una relazione di sangue, il padre e la madre, per cercare, inventare, realizzare una vita nuova, una dinamica nuova. La relazione di sangue diventa meno forte della relazione d’amore. Nella parola di Gesù il quadro del principio è chiaro e non può essere cambiato: ciò che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi.
Apro e chiudo parentesi. Quando fate la preparazione, fate capire che questa roba non è per i cattolici: non c’erano! Questo è il progetto “in principio”, ed è per l’umanità: è per l’uomo e la donna. Che sono invitati a capire l’amore di Dio e a celebrarlo nella fede. La sostanza di questo sta nella grandezza dell’amore che, se è vero, è imitazione di Dio che non si allontana mai dai suoi figli come quell'uomo che non deve mai allontanarsi dalla sua donna e viceversa. Perché l’amore è sempre a vantaggio dell’uomo e della donna, il piacere no.
L’amore è sempre a vantaggio dei due. Appare qui la medicina contro l’azione del maligno, o del divisore, che illude in nome di una libertà disgiunta dalla responsabilità. Perché quando uno dice all'altro non mi piaci più, lì il maligno ha messo dentro un seme (il maligno fa sempre questo mestiere di dividere). Però, come diceva San Pietro, va in giro e se tu non ti avvicini non ti tira! 
Il problema è però che il divisore ha anche la forza della suadenza.
Ora la questione, però, si fa seria. E i farisei… qua non c’è solo il matrimonio: qua c’è di mezzo Mosè. E Mosè non si tocca. Quindi: i farisei cercano di prendere Mosè, e chiedono spiegazione. Ma Dio non parla attraverso Mosè? Gesù dice: certo, che parla attraverso Mosè, ma Dio è prima di Mosè. E poi tenete presente, direbbe Gesù, che Mosè permette, Dio ordina. Con Mosè, che Gesù non condanna, non dice Gesù che Mosè ha fatto male! Gesù dice un’altra cosina, che secondo me è importante. Sempre, nel tempo dell’umano, ma tanto più importante per il tempo presente, che è il tempo della confusione. E cioè, sarebbe come se Gesù dicesse: Mosè ci abbia messo dentro una concessione alla nostra debolezza, Gesù la chiama “durezza del vostro cuore”. Come in una concessione, una “permissione”, alla sordità e insensibilità nei confronti della Parola di Dio e al suo volere il bene dei figli.
Però questa parola, cari amici, ci interpella. Perché la Parola di Dio non è statica. La parola di Dio sta nella vita degli uomini e sta sempre contemporanea ad ogni generazione umana. Quindi anche a questa. E allora la domanda è: esiste oggi la durezza del cuore? Quale senso ha oggi questa durezza? 
Siccome questa è una lectio non posso fare molte cose. Ma dico solo queste poche parole perché vorrei che queste le metteste in testa. Perché qui entra la dinamica della misericordia. Che non è qualcosa di meno della verità. E’ la gemella della verità. Perché tanto la misericordia quanto la verità… Diciamo così: “in principio” la verità, la “durezza del cuore” e la misericordia. E tutt’e due, misericordia e verità, sono nate dal Verbo di Dio fatto carne. 
Sulla croce Gesù dice “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Chiesa capisci gli sposi, perché spesso non sanno quello che fanno. Chiesa capisci i tuoi preti che spesso non sanno quello che fanno. Capisci anche i tuoi vescovi che qualche volta non sanno quello che fanno. Perché nessuno di noi, cari amici, è padrone della parola di Dio. Nessuno. Né della Sua misericordia, né della Sua Parola. Ma tutti noi dobbiamo inginocchiarci davanti allo Spirito Santo, chiedere allo Spirito che ci faccia capire, che ci faccia compiere passi di salvezza per l’umanità. Allora questa durezza del cuore possiamo dire così: è l’inconsapevolezza di poter accogliere con verità e libertà interiore il progetto sponsale. L’inconsapevolezza. Progetto sponsale che è progetto di vita e di amore, e non di piacere, di piacere egoistico.
Oppure possiamo dire che oggi la durezza del cuore è la soggiacenza, io dico anche incolpevole, alla cultura del tempo, che è fortemente cambiata, di cui noi tutti siamo responsabili, se non altro perché spesso tacciamo. Faccio due esempi. Ieri c’era “ti amo per sempre”, oggi si dice “ti amo ora”. Mi pare che la cultura sia totalmente cambiata! Possiamo aiutare le persone a capire e oltrepassare il “Per ora”? Certo. Ieri si diceva che l’amore è caduto. Poi non so se sempre l’abbiamo vissuto, ma almeno si diceva. Oggi si dice “ci provo ma non c’è”. Ieri si diceva “insieme”, adesso si dice “io”. Perché siamo stati così bravi da alterare anche il concetto della libertà. La libertà non è autonomia, la libertà è una scelta e se io mi dono, mi dono. Sapete come dire rispetto a questa durezza del cuore? Essere passati dalla coscienza morale al capriccio della coscienza psicologica. Questa frase non è mia, è di un beato, è di Paolo VI (1974). E la Chiesa diventa sempre più colpevole quando non capisce i suoi profeti. Son passati 40 anni: “dalla coscienza morale al capriccio della coscienza psicologica”.
Si potrebbe aggiungere: “la crisi, frutto di una conoscenza non illuminata dalla fede”. E’ Francesco. L’ha detto il 23/1/2015. Voi che smanettate molto su internet leggete la roba del Papa.
Tutto, oggi, sembra essere dentro “una mondanità spirituale” (papa Francesco). Questa mondanità spirituale la spiego: siamo dentro un sincretismo di pensiero, di fede, di soggettivismo. Dentro questa nebbia culturale ci abbiamo messo tutto. E anche noi diciamo: “che male c’è?”. 
Cominciamo un po’ a rovesciare i termini: “che bene c’è?”. E qui apro e chiudo parentesi che non c’entra con questo. Le nuove generazioni, quando dicono queste frasi “che male c’è?”: fermatevi con i figli, con i nipoti, fate capire che non si può dire così. E aiutateli ad oltrepassare quel confine, per loro legittimo, dell’esperienza, del godimento. Avete questo coraggio? Essi vi ascoltano, e desiderano ascoltare più di quanto noi non pensiamo. 
“Ma all'inizio non era così”. Quindi Gesù riporta tutto alla verità originaria, all'ordine della creazioneDove c’è la diversità di genere, e solo la diversità fa la comunione, e la diversità di servizio generoso e fedele al progetto di Dio sull'umanità.
Ora, di fronte a Cristo, rivelatore definitivo del piano di Dio, anche i discepoli sono sconcertati: “ma allora conviene non sposarsi!”. Perché ci andiamo a cacciare dentro questo labirinto? Si direbbe: matrimonio come rischio, come peso, come tormento. 
E perché il matrimonio è l’unica via per l’uomo? 
Allora qui Gesù fa un salto di qualità come li fa Lui, come solo Lui può fare. E allora Gesù mette in gioco un’altra prospettiva, che chiama il Regno dei cieli.
Matrimonio o non matrimonio è richiesta a tutti una direzione di santità, di conversione anche nel versante delle esigenze della propria sessualità. E qui tira fuori gli eunuchi. Nati male, fatti dagli altri, eccetera.
Io mi fermo un secondo, perché dovete aprire gli occhi e la mente.
Non tanto quel “dalla nascita”, perché non sono malati: smettiamo di offendere le persone. Perché se è vero che son malati questi son malato anch'io. Dio non ha uno stampo fasullo. Ma mi fermo un attimo su quelli “fatti”. Oggi questo “fatto” si è raffinato. Non ne parlo in modo molto approfondito, perché non ho letto molto, mi sto fidando di quello che mi hanno detto i medici cattolici di cui sono assistente nazionale. 
Si sta progettando, e si sta sperimentando questo fatto: prendere un ragazzo, bloccargli la pubertà con fattori chimici, farlo arrivare alla maggiore età (come se la maggiore età fosse, che so: il 30 aprile sono ignorante e il primo maggio…, perché così la legge dice!) per chiamarlo e chiedergli che direzione vuole avere, maschile o femminile. Nonostante che sia uomo, maschio, puoi anche essere femmina.
Vi prego non dormite, entrate dentro la partecipazione politica e culturale di questo tempo.
Ma di fronte a questo, papa Francesco che dice? “Chi sono io per giudicare”: nessuno giudichi, ma per tutti c’è l’impegno ad armonizzare la propria vita con l’amore di Dio.
Ma questo, carissimi, è un altro tema per altra occasione. Credo, tuttavia, che sul tema di questo brano biblico, la Chiesa è chiamata ad esercitare il ministero della verità e della misericordia, aprendosi all'azione misteriosa dello Spirito, che sempre la conduce, la santifica e la ispira.
Amen.
Card. Edoardo Menichelli, 
Arcivescovo di Ancona-Osimo, 
Delegato Regionale delle Marche per la pastorale della famiglia